sabato 14 dicembre 2019

Cliniche di salute sessuale e mentale nei licei

Dozzine di scuole superiori di Los Angeles ospiteranno presto cliniche che forniscono servizi di salute sessuale e mentale per adolescenti come parte di un programma che secondo i funzionari rappresenta un modello rivoluzionario di assistenza completa nel campus.

Le cliniche scolastiche annunciate questa settimana seguono una collaborazione tra Planned Parenthood e funzionari pubblici della contea e funzionari della salute mentale, e alla fine saranno

disponibili per circa 75.000 ragazzi in 50 scuole. Offriranno controllo delle nascite, contraccezione d'emergenza, test e trattamenti per le infezioni a trasmissione sessuale, test e consulenza sulla gravidanza e una gamma di risorse per la salute mentale e l'abuso di sostanze.

I servizi di salute riproduttiva vanno oltre ciò che tradizionalmente gli infermieri delle scuole pubbliche hanno offerto e, poiché la legge della California consente agli adolescenti di età superiore ai 12 anni di ricevere il controllo delle nascite e il trattamento correlato senza il consenso dei genitori, l'assistenza è riservata. I centri non offriranno aborti.
 

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giovedì 24 gennaio 2019

Lo sciopero del clima

C’era una volta lo sciopero del clima.
Che è come minimo uno slogan.
Solo tre parole.
Ovvero, il titolo di questa breve storiella.
Nondimeno, laddove venga letto e soprattutto compreso per esteso.
Diviene infinitamente di più.
Diventa tutto.
Tutto quel che ci resta per non sparire definitivamente.
Allora, si cambia, si deve, come il clima stesso.
Indi per cui, c’era una volta lo sciopero degli studenti per sensibilizzare l’opinione pubblica e agire al più presto per fronteggiare e rimediare ai cambiamenti climatici.



Sì, lo so, sembra un concetto lungo, ma non lo è affatto.
Esattamente come il tempo che abbiamo da qui alla fine.
È come se con la nostra sciagurata gestione delle risorse energetiche avessimo già scritto, con inchiostro color petrolio e carbone, la parola fin.
Ancora una lettera e sarà troppo tardi.
Lo è già tardi, ma siamo ancora in tempo.
Ecco perché ci fermiamo e faremo di tutto per attirare la vostra attenzione, maestri e prof, padri e madri, tutti voi adulti solo sulla carta che avete bruciato via buona parte dell’ossigeno nel vostro cuore.
Ecco, è tutto qui ed è tanto, cioè tutto.
È lo sciopero del clima e di chi vuol bene alla terra.


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giovedì 17 gennaio 2019

Il grembiule dell’uguaglianza

C’era una volta il grembiule.
Il più delle volte inconsapevole erede dell’uniforme, ovvero, divisa scolastica.
Marziale quanto grottesca mascherata imposta dal regime nostrano dal quale sembra proprio che non riusciamo a liberarci.



Liberarci, variando, liberarsi, e rimanendo sul punto, liberarli.
Già, donare libertà, insegnarla, tra le più sottovalutate e assenti materie dai programmi ministeriali.
“Almeno alle scuole elementari rimettere il grembiule farebbe bene ai bambini ed eviterebbe simboli di diversità”, ha berciato uno dei promotori, leggi pure come l’uomo dalle mille uniformi, ma senza vergogna.
“Per la moda c’è tempo, e così per l’abito espressione della personalità. Meglio un po’ di sana uguaglianza”, hanno rimandato, al contempo, dal fronte che almeno sulla carta dovrebbe ergersi con posizioni critiche.
E allora che le scuole siano tutte uguali, cribbio.
Tutte in condizioni precarie dal punto di vista sismico, private di servizi igienici degni di questo nome, con assenza talvolta di carta igienica e tavolette per i WC, con i riscaldamenti spenti o non funzionanti, con i banchi fatiscenti e i soffitti delle aule che perdono calcinacci.
In breve, una sana uguaglianza a scapito dei simboli di diversità.
Nondimeno, per loro fortuna, a prescindere da tali ingenui tentativi di imprigionarne fantasia e vocazione a essere unici, i bambini di questo paese sono ciascuno di essi, nessuno escluso, dei meravigliosi simboli viventi di diversità.
E la sola uguaglianza che chiedono è quella dei rispettivi, inviolati diritti a veder soddisfatti i propri bisogni, a ricevere un’istruzione adeguata in condizioni accoglienti e confortevoli, e di coltivare le personali aspirazioni.

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venerdì 11 gennaio 2019

Una aula su quattro al freddo

C’erano una volta quattro classi.
Ovvero, tre più una.
In altre parole, a quattro togli tre.
Il risultato è l’unica che rimane.
Al gelo...
Esatto, poiché sembra che in questa vicenda fosse la sola senza il giusto calore.
Con l’inverno ormai giunto all’apice del suo furore.
Le aule costrette a temperature vicine allo zero.
E i corridoi dall’una all’altra come frigoriferi allungati.



Indi per cui, figurandosi tale inammissibile contesto nella capitale di una nazione che or ora si vanta di esser finalmente guidata dalla gente che ha a cuore i veri bisogni del popolo, di quello reale, c’erano al contempo una volta centinaia di giovani alunni defraudati del sano diritto allo studio, costretti a rimanere in casa, con tutte le complicazioni del caso per i genitori e i rispettivi impegni.
C’erano una volta, perciò, le promesse elettorali e i post sui social.
Moltiplica, somma, dividi pure, ma ciò che resta sono il gelo e le scuole senza riscaldamento...



Secondo l'associazione nazionale presidi una su quattro tra le aule romane si trova al freddo, con il necessario allungamento forzato delle vacanze di natale.

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giovedì 13 dicembre 2018

Sicurezza

C’era una volta la sicurezza.
Quella dei decreti.
E delle chiacchiere da campagna elettorale.
Degli slogan da social.
E dei cartelloni di partito ammazza panorami.
C’era una volta, al contempo, la scuola.
Delle aule fatiscenti e dei calcinacci.
Dei controsoffitti che crollano in classe e dei bagni inagibili.



storie di scuola

Nel paese dove il 53% degli edifici scolastici non ha il certificato di agibilità.
Dove uno su tre non possiede neppure quello di prevenzione incendi.
Dove il 23% delle scuole sono state costruite prima del 1960.
E dove il 28% degli istituti sono stati creati per un uso diverso da quello scolastico.
Ma, ciò nonostante, c’era una volta la sicurezza.
Delle serate a Porta a Porta e a Otto e mezzo.
Con cui riempirsi la bocca e guadagnar voti...

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giovedì 6 dicembre 2018

Educazione civica obbligatoria a scuola

C’era una volta il ministro dell’istruzione gialloverde.
Con lui il capo del gove… ops, mi sbaglio sempre, che volete farci.
Ma non è colpa mia, figuriamoci.
Dicevo, e con lui il ministro dell’interno e quello delle politiche sulla famiglia.
Quello, insomma, per esteso quelli.
In breve, questi, ogni sottinteso è puramente voluto.
Questi hanno di recente annunciato che l’Educazione civica tornerà obbligatoria.




No…
Ma davvero?
Ma proprio educazione, educazione?
E civica, civica?
Sicuro?
No, perché, laddove dovesse essere esattamente civica, l’educazione in questione, be’, le ipotesi sono due.
O questi non hanno la più pallida idea di cosa sia, l’educazione civica, e non si rendono conto che il prof di turno dovrà insegnare agli studenti come ribellarsi e disobbedire alle loro infami leggi, tra le altre cose.
Oppure, non sarà affatto educazione e tantomeno civica.
Delle due, l’una...

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giovedì 29 novembre 2018

Presepe a scuola sì o no

Presepe degli immigratiC’era una volta il presepe a scuola.
E c’era una volta il consiglio comunale di ispirazione leghista di Pisa, dove la parola inopportuna non è né consiglio e tantomeno comunale.
Figuriamoci Pisa, che ha già la proverbiale torre e le sue inestimabili ricchezze artistiche e architettoniche per le quali esser nota.
C’era una volta altresì la mozione votata dal suddetto collegio di crani disabitati, secondo la quale il sindaco e l’assessore alla scuola devono impegnarsi affinché in ogni istituto ci sia il tradizionale plastico di statuine, con tanto di mangiatoia, bue e asinello.
Sapete che c’è?
Ma questi non sono quelli della gente, per la gente, con la gente?
E il presepe, come sostengono debba essere il parlamento, non dovrebbe rappresentare il mondo vero, tutti i cittadini, il cosiddetto paese reale?
Ebbene, sono d’accordo, che lo mettano pure ovunque, il presepe.
Tuttavia la plancia, per risultare onesta e coerente, dev’essere vasta e pronta a ospitare ulteriori personaggi e scenografie.
Il bambino Gesù dovrebbe avere accanto una tra le migliaia di badanti, donne venute da ogni luogo della terra bandita nel fasullo mappamondo padano per allevare le figlie e i figli dei tanti Giuseppe e Maria nostrani.
I re magi, giunti da oltre mare a omaggiare il meraviglioso evento, sarebbero ben più di tre.
Giammai quanto i venditori di spauracchi millantano, ma almeno tanti quanti gli innumerevoli e invisibili doni che portano alla collettività.
Inoltre, insieme ai pastorelli che curano le pecore, si dovrebbe avere la coscienza di aggiungere tutti quegli abitanti privati di rispetto e diritti che quotidianamente fanno altrettanto con i frutti della terra e della vita dei privilegiati dalla buona sorte, quasi senza goderne alcun beneficio.
E nel fatidico giorno della religiosa nascita, gli angeli, come la stella cometa, non potrebbero fare a meno di concentrare la loro luce su di loro, prima di tutti gli altri.
Be’, a un presepe così, ci farei un pensierino perfino io.

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giovedì 22 novembre 2018

La scuola è aperta a tutti

studente autistico a scuolaLa scuola è aperta a tutti.
Così ha inizio l’articolo trentaquattro della Costituzione.
Altrettanto in tal guisa comincia questo breve componimento con la presunzione di sentirsi storia.
C’era una volta una classe, quindi.
Anch’essa pronta ad accogliere chiunque, di qualsivoglia aspetto e modalità espressiva, nell’età coerente e, soprattutto, con l’inviolabile diritto di ricevere istruzione adeguata.
A riprova di ciò, di seguito, un eterno scambio tra alunno e maestro, a sancire il patto che li lega.
E se domani mi presentassi privo d’orecchi? Chiede il primo.
Farò sì che i tuoi occhi colgano l’essenziale, risponde il secondo.
E nel caso in cui il giorno seguente i miei occhi fossero tre, anzi, quattro, no, decine in più?
Ti aiuterò a scegliere cosa guardare per comprendere il meglio.
E allorché non avrò voce per dire la mia?
Troveremo insieme la via per renderti protagonista almeno quanto gli altri.
E qualora non avrò la forza di entrare nell’aula?
Usciremo da quest’ultima e faremo scuola accanto a te.
E laddove le mie mani non riusciranno a star ferme ad ascoltar lezioni e raccomandazioni?
Ti insegnerò a muoverle a tempo con i tuoi compagni.
E quando non sarò capace di rimaner seduto e immobile come le pareti che ci circondano?
Scoprirò un valido motivo per fermarti ad ascoltarci tutti.
E se invece non ci sarà alcun libro di testo o programma didattico a giustificare la mia presenza?
Seguiremo te, perché tu sei il motivo, il solo, della nostra presenza.

Questo è il mio compito.
Mentre tu sei scuola.
E senza di te, Francesco.
Noi siamo solo polvere di cancellino e una manciata di sopravvalutati numeri sul registro...

#iosonofrancesco

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mercoledì 13 giugno 2018

Maestra licenziata: insultò poliziotti

C’era una volta un paese dove una maestra venne licenziata perché insultò i poliziotti durante un corteo antifascista.
Perché la condotta tenuta dalla docente, seppure non avvenuta all’interno dell’istituzione scolastica, contrastava in maniera evidente con i doveri inerenti la funzione educativa e arrecava grave pregiudizio alla scuola, agli alunni, alle famiglie e all’immagine stessa della pubblica amministrazione.
C’era altresì una volta una nazione dove ciò che contrastasse in maniera evidente con i doveri inerenti la propria funzione, arrecando grave pregiudizio a tutti i cittadini da essa dipendenti e all’immagine stessa della pubblica amministrazione, comportava il conseguente licenziamento.

Per tutti...
E allora, per semplice coerenza, c’era una volta uno Stato man mano privato di deputati e senatori.
Ministri, sotto ministri e affini.
Politici a vario titolo e vip a titolo zero.
Cronisti al soldo della mafia, o solo al miglior offerente.
Tutti, davvero tutto coloro che si macchiassero del medesimo reato.
Ciascuno di loro licenziati.
C’era una volta favola, proprio così…

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giovedì 7 giugno 2018

Storie di scuole difficili

L’istante in cui Matteo fece la conoscenza di Giada e Romualdo fu un momento strano, condito da sentimenti contrastanti. Fra tutti la frustrazione ormai alle stelle per le pubbliche umiliazioni e il comprensibile mal comune mezzo gaudio.
L’incontro avvenne esattamente in occasione della terza ora di lezione, quella di Prepotenza.
“Eccoci qua, carissime vipere in calore”, esclamò la professoressa Elvira Diamanti, una donna non bellissima ma dotata di notevole fascino, occhi verdi e capelli biondo platino.
“Siete pronti a sfogare la vostra cattiveria?” domandò ghignando malefica, pronunciando il suo motto preferito prima della consueta esercitazione in aula. Un sì accorato fu la risposta dell’aula.
“Secondo voi”, continuò fissando due studenti al primo banco sul lato sinistro della classe, “chi saranno i sorteggiati?”
“Piersanti e Bongiovanni”, esclamarono in coro tutti i presenti, tranne ovviamente gli interessati e l’ignaro Matteo.
“Esatto”, approvò la professoressa. “Voi due, forza. Alzatevi e raggiungete la lavagna.”
Giada Bongiovanni era una ragazza con un bel viso tondo, capelli a caschetto nerissimi e occhi nocciola.
Romualdo Piersanti, invece, era un adolescente non molto alto, ma ben piazzato, con mani forti e grandi. Troneggiava sulla sua testa una montagna di ricci color castano e aveva la carnagione del viso incredibilmente chiara.
Mentre i due si sistemarono in piedi innanzi alla lavagna, mostrando entrambi un’espressione enormemente triste, il nostro vide l’insegnante aprire sulla cattedra uno scatolone e, come se stesse per rivelare uno straordinario regalo, con gli occhi luccicanti mostrò ai ragazzi il contenuto.
“Guardate cosa ho portato?” annunciò eccitata. “Cancellini zuppi di gesso, roba vintage, come quelli che si usavano una volta. Avanti, forza. Rifornitevi e diamo il via al tiro al bersaglio.”
Tutta la classe abbandonò emozionata il proprio posto per fare munizioni, svuotando del tutto la scatola. Tutti fuorché Matteo, com’era prevedibile. Fu in quell’istante che la professoressa si accorse di lui, scorgendo la faccia nuova rimasta a sedere.
“Tu chi sei?”
“Buongiorno, professoressa”, rispose il nostro. “Mi chiamo Matteo Gramigna.”
La donna sgranò gli occhi.
“Buongiorno?” fece il verso lei. “Buongiorno a chi? Ma come ti permetti?”
“Professoressa”, intervenne prontamente Emiliano. “È un caso grave. Credo sia pure ricchione…”
“Non sono omosessuale”, gridò rabbioso Matteo, stremando ulteriormente i propri nervi.
“Bene”, fece l’insegnante squadrando quest’ultimo con occhi accesi, “molto bene. Quest’oggi i bersagli diventeranno tre. Gramigna, raggiungi i tuoi compagni alla lavagna.”
Sebbene avesse ormai intuito cosa stava per succedere, Matteo si rifiutò ancora di crederci, considerandola un’ipotesi troppo assurda.
Fu smentito pochi secondi dopo. Non appena si fu sistemato alla sinistra di Giada, tra lui e Romualdo, la professoressa di Prepotenza si schiarì la voce e gridò a squarciagola: “Fuoco!”
La miriade di cancellini che piovve sui malcapitati fu talmente pesante da farli crollare in terra.
Non avvezzo alla quanto mai bizzarra esercitazione, Matteo ne beccò perfino uno in un occhio, la qual cosa risultò piuttosto dolorosa.
Eppure, in quell’ennesima mortificazione da quando era giunto alla scuola dei bulli, un barlume di luce si aprì inaspettatamente davanti a lui.
Mentre lordato dal gesso e con la mano sulla palpebra malconcia si stava rialzando da terra, intravide con l’occhio rimasto illeso un evidente abbozzo di sorriso sul volto di Giada.
La scuola dei bulli peggiorava di ora in ora, nondimeno, aveva trovato qualcosa a cui appoggiarsi...

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giovedì 31 maggio 2018

Storie di scuola e insulti

La seconda ora fu talmente spiacevole per Matteo da fargli addirittura rimpiangere la lezione di Cinismo.
Difatti, pochi minuti dopo l’uscita di scena di Gelindo Ferrara, fece il suo ingresso nell’aula il magrissimo, altissimo e nasutissimo insegnante di Insulti: il professor Alvaro Sampietrini.
Il docente s’impadronì della cattedra, posò gli appunti e con malcelata indolenza prese a stiracchiarsi.
Dopo qualche istante, come se solo in quel momento si rendesse conto della presenza degli studenti, esclamò sguaiato: “Cosa avete da guardare, razza di deficienti? Sono per caso uscito di casa senza mutande?”
Nuove risate riempirono l’aula, fortunatamente non riguardanti Matteo, con il sollievo di quest’ultimo. Tuttavia cantò vittoria troppo tardi, poiché uno dei compari di Emiliano, il corpulento Cristiano, seduto accanto ad Alessandro nell’ultimo banco alla loro sinistra, si affrettò a riportare i riflettori sul nuovo arrivato.
“Professore, abbiamo un novizio…”
Matteo provò all’istante un appassionato odio per il flaccido indice della mano destra con il quale il compagno lo centrava, dando le indiscutibili coordinate al professor Sampietrini su dove si trovasse il novellino in questione.
L’insegnante avanzò lungo la fila nel lato in cui sedeva Matteo e non appena lo vide esclamò a voce alta, provocando le risa di Emiliano sopra tutti: “No! Una testa di carote nella mia classe?”
Matteo non ce la faceva più a sopportare tutte quelle umiliazioni e senza rendersene conto si era alzato in piedi con l’intenzione di uscire.
“Fermo tu”, urlò alterato il docente. “Vuoi forse aggredirmi? Guarda che non ho problemi a picchiarti, te lo dico subito, qui è permesso.”
“Non la voglio aggredire!” saltò su Matteo. “È che non posso stare qui a farmi insultare…”
“Non puoi stare qui a farti insultare?” ripeté Sampietrini sinceramente sorpreso. “Io non ti sto insultando, ragazzino. Ti sto insegnando a farlo. È la mia materia.”
“Ah, giusto…” fece il ragazzo confuso.
“Quindi, imbecille che non sei altro, siediti e impara.”
Il professore fece per tornare alla cattedra e quando stava ormai per sedersi, si voltò di scatto, come colto da una geniale intuizione.
“Anzi, vediamo di battezzarti subito. Cristiano e testa di carote, venite qui alla lavagna.”
Il nostro, preceduto dall’altro sfacciatamente sorridente, ci tenne subito a precisare.
“Professore… il mio nome è Matteo Gramigna.”
“Matteo La Pigna?” fece l’insegnante con chiaro intento di schernirlo, suscitando rumorose risate negli studenti.
“Gramigna”, strillò il ragazzo. “Matteo Gramigna.”
“Come ti permetti di alzare la voce con me?” reagì stizzito l’insegnante facendo un passo verso di lui. “Ti ho già detto che in questa scuola il corpo docente ha la facoltà di alzare le mani…”
“No, mi scusi”, tentò di spiegare il nostro. “Volevo solo dire che il mio cognome è Gramigna e non La Pigna.”
“Va bene”, liquidò la questione Sampietrini, “lasciamo perdere. Oggi farai la tua prima gara di insulti. Tu e Cristiano metteteve uno di fronte all’altro.”
L’amico di Emiliano obbedì prontamente e, sebbene un po’ riluttante, fece lo stesso anche Matteo, ignaro di quel che stava per accadere.
I due si trovavano ora davanti alla classe, in una specie di duello all’ultima ingiuria.
“Le regole sono semplici”, disse Sampietrini mettendosi in mezzo ai due. “L’insulto deve essere pronunciato entro cinque secondi e non si può ripetere ciò che è stato già detto. Avete capito, idioti?”
“Certo, prof”, dichiarò Cristiano super concentrato.
Matteo annuì perplesso, ansioso di togliersi di lì il prima possibile.
“Comincia tu, La Rogna”, lo invitò il professore.
“Gramigna…” mormorò il nostro timidamente. “Ma cosa devo fare?”
“Lo devi insultare, rosso!” gridò il professore impaziente.
Il nostro, estremamente a disagio, buttò lì la prima parola che gli venne in mente: “Stupido.”
Una valanga di risate sgraziate lo travolse all’istante.
“Stupido?” ripeté sorpreso quanto disgustato Sampietrini. “Va bene, continuiamo. Tocca a te, Cristiano…”
“Culo rotto”, disse il ragazzo con grande calma.
“Cretino”, urlò Matteo, cercando di infondere rabbia nella voce.
“Coglione”, ribatté indifferente Cristiano.
“Sciocco”, gridò il nostro mettendo a dura prova le corde vocali.
“Finocchio”, disse l’altro aggiungendo un sorriso maligno.
“Non sono omosessuale” berciò Matteo isterico. “Come ve lo devo dire che non sono omosessuale?”
“Stop”, intervenne prontamente il professore. “Vince Cristiano. Andate a sedervi tutti e due, ora.”
Mentre l’altro scambiava i prevedibili cinque con i compagni divertiti, il nostro riguadagnò il posto nell’ombra, insieme ai classici buu di sottofondo.
La scuola dei bulli stava diventando un incubo.

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